Da oltre trent’anni la scuola pubblica italiana mostra forti segni di crisi. Storture burocratiche hanno progressivamente trasformato i docenti in travèt e gli studenti in meri fruitori di “servizi”. Minimalismo culturale, carenze organizzative e materiali mettono quotidianamente a rischio la sicurezza: edifici per l’80% non a norma, aule sovraffollate e riduzione di personale Ata, compromettono le condizioni generali.
Frequenti ingerenze nella professionalità dei docenti — spesso contrabbandate per “innovazioni metodologiche” — hanno eroso l’autonomia pedagogica e ridotto la qualità dell’insegnamento. Anche con la complicità di vari governi liberisti di “centro-sinistra”, l’introduzione massiccia di concetti e pratiche di matrice aziendalistica (logiche di valutazione standardizzate, obiettivi da “misurare” a tutti i costi, gestione orientata all’apprendistato ed al profitto privato) ha progressivamente snaturato la missione educativa della scuola, che dovrebbe, al contrario, formare cittadine e cittadini critici e solidali. Quelli che un tempo sembravano semplici scricchiolii appaiono oggi una frana che rischia di travolgere e stravolgere i lineamenti della scuola pubblica disegnata dalla Costituzione repubblicana.
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